Posts Tagged: internet


19
mag 10

radio e internet

non ci si pensa perché di solito si ragiona per associazioni di formati (Internet può trasmettere il video quindi è simile alla TV) o di contenuti (su Internet leggiamo i quotidiani quindi Internet è simile alla stampa) ma riflettendoci, il media più affine a Internet è la radio.

da una parte per una questione di tecnologia: la radio è per sua natura “open” (la tecnologia non è brevettata), ha delle barriere all’ingresso basse (chiunque può permettersi un piccolo trasmettitore per trasmettere a livello locale), ed è un media in cui può avvenire una conversazione sia uno a uno, che uno a molti, che molti a molti (nel caso del CB).

la radio opera in regime di abbondanza di banda (anche se attraverso le leggi è stata costretta in un regime di scarsità controllata) e grazie a ciò serve bene le nicchie e le code lunghe, ovvero consente di essere molto specifici nel servire i tipi di contenuto (dal tipo di informazione al genere musicale).

in comune col web sociale la radio ha anche la caratteristica – non legata alla tecnologia me del tutto culturale – di attrarre persone che la usano perché amano il media e la cultura che lo circonda: il dj è quasi sempre un mestiere che si inizia per passione e non per calcolo, la cultura di riferimento di chi fa radio ha spesso forti affinità, basi comuni, passioni condivise.

la differenza più grande con Internet sta nel fatto che è un media sequenziale, ovvero ogni contenuto è posizionato necessariamente in una timeline, una linea cronologica finita, quindi la programmazione è necessariamente legata a un palinsesto. ma qui Internet viene in soccorso dei limiti  della radio e, grazie alla sua capacità di filtrare per affinità e per gusti, alla facilità di accesso, ai costi in calo e alla flessibilità delle tecnologie web, il web conferisce i superpoteri alla radio.

l’incrocio/fusione/ibridazione tra radio e web ha dato vita ad alcune delle piattaforme più creative e stimolanti che abbiamo visto nascere negli ultimi anni, da shoutcast e live365 a radio locator a radiostationworld a soma.fm a midomi, a radiotower, a songza, a deezer, a musicovery, a blip.fm, a accuradio, fino alla buona vecchia filodiffusione RAI da sala d’aspetto del dentista, che esiste ancora e lotta insieme a noi.

la radio, sia offline che online, è probabilmente il media con più potenzialità di cui si discute meno. arriva dappertutto, chiunque può ascoltarla in mobilità con apparecchi da pochi euro, ha un pubblico di autori e ascoltatori fedelissimi, che si rinnova e copre tutte le fasce d’età ed è da sempre, a differenza di quello di stampa e TV, in crescita.

è una tribù e come tutte le tribù si basa su un forte senso d’appartenenza, e come molte tribù vive ai margini, in zone temporaneamente autonome, dove difende la sua cultura e il media attorno al quale si aggrega, e non è facile da sconfiggere.

foto di dan taylor da flickr

(Update) la tragedia è che sia radio che Rete si siano trovate nella loro adolescenza nel posto sbagliato al momento sbagliato, come capita spesso agli adolescenti: la prima nel mezzo di una battaglia politica per il controllo delle frequenze, la seconda nel pieno di una guerra senza quartiere per il controllo dei contenuti. se la Rete – per sua struttura intoccabile – ne è uscita quasi intatta, la radio ha dovuto piegarsi alle esigenze del controllo della comunicazione, diventando un media élitario e controllato.


9
apr 10

il desire path, ovvero il mondo così come lo vogliono le persone

in urbanistica è noto il fenomeno del desire path, un percorso che risulta dall’erosione dovuta al passaggio delle persone lungo una scorciatoia tra due punti.

il desire path non è un percorso progettato o concordato: è un comportamento emergente collettivo che avviene – secondo le dinamiche del wayfinding – in un ambiente progettato dall’uomo, ad esempio un parco. rappresenta il percorso preferito dalle persone che devono usare quell’ambiente: un desiderio così forte da spingerle a trasgredire le regole sociali che vedono nella violazione dei sentieri tracciati un comportamento sanzionabile.

il desire path è il segno di un fallimento del progetto. meglio, è il modo in cui le persone che attraversano uno spazio fisico rivelano che gli obiettivi reali degli utilizzatori sono diversi dagli obiettivi ipotizzati da chi ha progettato l’ambiente.

i desire path non si verificano solo nel mondo fisico: si nascondono anche nei modi in cui le persone usano un’interfaccia – come è un sito web rispetto all’obiettivo di raggiungere le informazioni che esso contiene. i navigatori che usano un sito per raggiungere un’informazione lo fanno attraverso uno o più percorsi di navigazione obbligati: i comportamenti che non utilizzano i percorsi di navigazione nel modo in cui sono stati progettati sono dei desire path: scorciatoie per raggiungere più in fretta un’informazione.

se attendere la formazione di un desire path nel mondo fisico richiede anni, fortunatamente il digitale consente verifiche molto più brevi: basta un focus group o addirittura un software evoluto di statistiche per tracciare i comportamenti dei visitatori.

la cosa importante, però, è che come il desire path fisico è un ammonimento che insegna l’umiltà all’urbanista, cercare di imparare e restare aderenti ai comportamenti reali delle persone sul proprio sito dovrebbe essere la prima preoccupazione di un designer: troppo spesso l’atteggiamento di chi realizza siti è quello di considerare i propri visitatori degli utonti. col risultato di progettare ambienti digitali che per molte persone risultano incomprensibili, contorti, inusabili.

foto di Sixtybolts da flickr


26
mar 10

bisogna saper attirare i parassiti

questa riflessione nasce dalle regole applicate a una stanza di condivisione di documenti su friendfeed, in base alle quali per continuare ad avere accesso alla stanza è necessario contribuire.

l’enorme disparità numerica (1 a 10, a 100, a 1000)  tra persone che producono, che contribuiscono e quelle che accedono soltanto – in modo “parassitario” – ai contenuti è un problema noto in tutti gli ambienti la cui sopravvivenza dipenda dall’attività dei partecipanti e/o dalla disponibilità di una risorsa condivisa in regime di scarsità (es. la banda, nel caso della condivisione in file sharing).

è opinione comune che il problema dei free rider (coloro i quali usufruiscono dei beni collettivi senza contribuire alla loro produzione) sia alla base della tragedy of the commons, il “fallimento” dei sistemi aperti che mettono in comune le risorse senza obblighi per chi vi accede.

ciò però vale soltanto per le situazioni in cui ci si trova in regime di scarsità o in cui si consumano risorse, come la banda, che sono prodotte nel mondo degli atomi, mondo che ha alti costi di trasmissione (gli atomi pesano) e di produzione (gli atomi consumano energia). risorse finite e non replicabili a costo zero.

nel caso di situazioni di abbondanza come il mondo dei bit (dove produrre bit non ha costo, spostare bit non ha costo) dare libero accesso ai parassiti non genera alcun tipo di disagio, visto che contenuti e risorse sono replicabili a costo zero e in quantità infinita. ma le aziende, che nascono e sono abituate a operare in regime di scarsità, anche quando sono sul web tendono a escludere il più possibile il free rider, il parassita del sistema.

da una logica derivata da un mondo diverso, originano sistemi di esclusione che non hanno giustificazioni pratiche e e spesso rischiano di danneggiare il modello di business più che facilitarlo.

la registrazione obbligatoria, la profilazione profonda, il controllo sull’IP geolocalizzato, il firewall, il captcha, la lunghezza minima della password, il codice fiscale, il cookie di login che scade, la navigazione interrotta, lo spezzettamento dei flussi e dei contenuti, il limte allo scaricamento, il watermark, le foto di dimensioni ridotte, il pop-up, il pop-under, l’advertising quando non è modello di business, il flash overlay (e mille altre) sono pratiche – spesso decise senza chiedersi perché – che hanno tra le altre cose l’effetto, se non  l’obiettivo, di tenere alla larga i parassiti.

e questo non solo in esclusione, ma anche – soprattutto – in inclusione: focalizzare il messaggio e individuare nel modo più preciso possibile le caratteristiche dell’acquirente è un’attività resa necessaria da un mercato di scarsità in cui portare il prodotto sul mercato ha costi enormi. ma in un mercato con costi di distribuzione tendente allo zero ha l’effetto di escludere intere nicchie, una coda lunga di micronicchie.

profilare, definire gli usi, verticalizzare la comunicazione, ha l’effetto (se non l’obiettivo) di escludere i parassiti.

ma i parassiti sono una risorsa preziosa.

prima di tutto perché qualunque ecosistema complesso ha inevitabilmente i suoi parassiti (come scrive cory doctorow) e spesso le misure per liberarsene vanno in conflitto con la natura del media, finendo per “romperlo”.

ma anche perché in realtà ne sappiamo molto poco di cosa serva a vendere, di chi siano le persone che possono comprare i nostri prodotti, della lunga coda ragioni per le quali possono comprarli. ci sono più modalità e motivazioni per giungere all’acquisto in cielo e in terra di quante ne possa sognare la filosofia di un marketing manager.

non sarà certo chi vende advertising o chi fa SEO a dirlo, ma tutta la faccenda dell’individuazione del target, della profilazione dell’utente, delle motivazioni all’acquisto, e dei profili e delle personae, delle fasce e delle propensioni e delle famiglie, beh, è tutto piuttosto sopravvalutato. o meglio, consapevolmente e inevitabilmente vago e approssimativo, più che altro una sorta di sparo nel buio. non inutile, eh? ci mancherebbe, anzi la profilazione (che sarebbe meglio usare molto più per progettare i prodotti e molto meno per distribuirli)  è lo strumento migliore che abbiamo, ma ma va tenuto in mente che è rischioso nel momento in cui ha l’effetto di escludere potenziali acquirenti dall’accesso ai prodotti o ai contenuti.

la verità è che non abbiamo modo di sapere chi sia che viene veramente a contatto coi nostri prodotti e finisce per acquistarli, e perché, e se anzi avessimo modo di tracciarlo chiaramente probabilmente saremmo molto sorpresi, capiremmo che il nostro mercato è fatto molto più di micronicchie che di fasce d’utenza, e che – soprattutto su Internet – quelle micronicchie arrivano al prodotto per strade strane e impensate, e decidono di acquistarlo per motivi e con scopi molto più strani e impensati di quanto potessimo immaginare.

per questa ed altre ragioni non ha senso negare l’accesso alle informazioni ai parassiti, soprattutto non sapendo chi siano e cosa cerchino quelli che noi chiamiamo parassiti. per questa ed altre ragioni, ha senso aprire il più possibile i canali in uscita, facilitare l’accesso alle informazioni, disseminarle, lasciarle galoppare liberamente nelle grandi praterie della Rete.

foto di euthman da flickr


9
feb 10

il modello televisivo è spacciato

su Business Insider Henry Blodget si prende la briga e di certo il gusto di mettere i puntini sulle i sullo stato dei distributori di contenuti TV (in fase di rifiuto dell’evidenza, come gli editori 5 anni fa) e ha il coraggio di mettere nero su bianco una serie di dati di fatto e sviluppi imminenti che molti non osano non solo scrivere ma nemmeno prendere in considerazione, nonostante siano sotto gli occhi di tutti.

il pezzo è da leggere tutto, soprattutto per chi lavora nei media nuovi o vecchi che siano, perché è utile esplorare tutte le implicazioni e conseguenze delle affermazioni di Blodget. che sono:

analisi

- il vaso di Pandora è aperto: la distribuzione via Internet è possibile, esiste ed è praticata.

- essa genera solo una frazione delle revenue della distribuzione tradizionale.

- con quelle revenue l’industria TV non può sostenere i costi attuali.

- il modello ha funzionato finché la TV era l’alternativa più semplice e divertente, era l’unico canale di distribuzione possibile sia per lo spettatore che per l’inserzionista, e il distributore era in grado di controllare gli snodi distributivi, come le onde: a creare valore erano la scarsità e il controllo del canale di distribuzione.

- ora c’è un’alternativa anche più divertente (Internet), ci sono nuovi canali accessibili ai produttori di contenuti (Hulu, Miro, Netflix) e agli spettatori (bittorrent, youtube), gli inserzionisti hanno accesso diretto al mercato, i canali e i distributori si moltiplicano, non c’è più scarsità e cade il controllo degli snodi distributivi.

- i distributori reagiscono fingendo di innovare, in realtà cercando di mantenere il controllo (sui contenuti, sull’accesso agli stessi, sul modo di diffonderli, sui mercati geografici) ma l’apertura e l’ubiquità di Internet rende vani questi sforzi.

previsioni

- i contenuti di qualità continueranno a prosperare perché la qualità è un valore assoluto. i contenuti “di cattiva qualità” non avranno visibilità (come è oggi, peraltro).

- le compagnie di distribuzione (quelle che chiamiamo reti TV, che trasmettono ma non producono) diventeranno semplici tubature senza potere sui contenuti, le compagnie telefoniche resteranno semplici tubature senza potere sui contenuti, gli internet e wireless provider resteranno semplici tubature senza potere sui contenuti. la competizione tra semplici tubature senza potere sui contenuti farà scendere i prezzi dell’accesso. Apple potrebbe cercare di conquistare l’accesso ai contenuti in stile vecchia TV, tramite lo snodo distributivo di una piattaforma chiusa (iPhone, iPad).

- i produttori di contenuti (società di produzione, canali televisivi che producono) distribuiranno direttamente al consumatore rinunciando ai lauti contratti con i distributori. emergeranno aggregatori video intelligenti (es. youtube, hulu, netflix) ai quali ci si potrà registrare con modelli di pagamento a canone fisso.

il passo successivo che Henry Blodget non fa – ma aggiungo io – è quello che individua nella licenza collettiva il modello di business sostenibile per tutti in base a queste premesse: un canone fisso annuo all you can eat (simile a quelo che regola la distribuzione radiofonica) che consente di usufruire di tutti i contenuti online, e che qualcuno si prende la briga di raccogliere e ridistribuire ai produttori di contenuti in base agli ascolti effettivi. questo qualcuno può essere sia l’internet provider che l’unico soggetto in grado di misurare i consumi di un mercato globale e ridistribuire equamente gli utili. qualcuno che già lo fa con l’advertising.

è il concetto di licenza volontaria collettiva come formalizzato nel 2003 da Electronic Frontier Foundation e che è ancora difficile da accettare a chi non riesce a liberarsi degli schemi mentali basati sul modello di business esistente.

Qui il pezzo di Blodget su Business Week


foto: Old broken TV di schmilblick da Flickr