da circa sei mesi in casa stiamo riguardando (per la seconda volta) il serial tv E.R.: tutte le 15 stagioni, dall’inizio, in totale circa 330 episodi. un sacco di ore davanti al televisore (circa 240 in tutto) durante le quali ho avuto il tempo di chiedermi quale sia la ragione per cui le serie TV, tutte le serie TV diano una tale dipendenza e siano spesso percepite – anche indipendentemente dalla qualità – come più calde, appassionanti e confortanti del cinema.
familiarità. continuiamo a seguire le serie per anni non solo perché ne apprezziamo scrittura e stile, ma anche e forse soprattutto perché ci affezioniamo ai personaggi. nulla appassiona più di seguire i destini di una persona alla quale si vuole bene e questa è probabilmente la grande forza dei serial – ma anche delle soap opera e della reality TV – rispetto al cinema: al cinema sappiamo che dopo due ore il personaggio sparirà, non lo vedremo mai più, non ci sarà concesso di affezionarci, mentre in TV sappiamo che lo ritroveremo la settimana successiva. che è lì per noi, che continua.
non guardiamo E.R. compulsivamente perché è ben scritto o ben girato: lo guardiamo per sapere cosa accadrà a Abby Lockhart o a John Carter. se saranno felici o tristi, se troveranno pace nel lavoro e nella vita privata. perché sono persone reali, che sentiamo di conoscere, a cui siamo affezionati e i cui destini ci premono. non sono semplici personaggi di un’opera di fiction che sappiamo durare due ore: sono persone vere, sappiamo che tra una settimana li ritroveremo, sappiamo di poter contare sulla loro presenza e questo ci dà sicurezza.
le situazioni che li vediamo vivere, per quanto possano essere banali, già viste o improbabili, sono credibili e appassionamti proprio in virtù del fatto che è come se accadessero a persone della nostra famiglia, e nulla di ciò che accada ai nostri cari è banale o improbabile: al cinema possiamo ostentare snobismo o sufficienza su quanto scritto e interpretato da estranei, ma non sappiamo essere cinici e scettici su ciò che accade alle persone a cui vogliamo bene.
similmente, tendiamo a essere molto meno sospettosi e cinici rispetto ai consigli per gli acquisti se vengono da persone cui ci sentiamo vicini e che rispettiamo. bolliamo immediatamente come interessata e non credibile senza possibilità d’appello, qualunque comunicazione commerciale ci arrivi dalle aziende, ma pendiamo dalle labbra di persone che ci sembra di conoscere; perché pensiamo che non abbiano interesse a mentirci, ma anche per una questione di familiarità, di credibilità umana conquistata a parole, comunicata con la faccia.
familiarità, umanità, credibilità di faccia e di parola, convinzione nel comunicare: se le persone che abitano quei dungeon medievali che sanno essere le aziende provassero a uscire alla luce, a mostrare la faccia, a raccontare sinceramente e apertamente della loro vita in prigionia, del perché usano i prodotti che vendono (se li usano), di cosa gli piace e non gli piace (se, in sostanza, si raccontassero sinceramente) sarebbe molto facile creder loro. posto che fossero disposti a farlo esponendosi in prima persona. posto che riuscissero a farlo con credibilità e entusiasmo. posto che glielo lasciassero fare senza verifiche, approvazioni, controlli, revisioni.
in altre parole si potrebbe dire che poiché ogni essere vivente dotato di autocosiecnza si rapporta al mondo circostante prima di tutto raccontandosi, per un’entità commerciale la vendita dovrebbe essere prima di tutto narrazione di sé.
ma non è neanche questo. è che là fuori c’è il sole, è primavera: non hai voglia di prendere una boccata d’aria fresca?
foto di Derek Purdy su flickr.






