MKTG


26
apr 10

metterci la faccia

da circa sei mesi in casa stiamo riguardando (per la seconda volta) il serial tv E.R.: tutte le 15 stagioni, dall’inizio, in totale circa 330 episodi. un sacco di ore davanti al televisore (circa 240 in tutto) durante le quali ho avuto il tempo di chiedermi quale sia la ragione per cui le serie TV, tutte le serie TV diano una tale dipendenza e siano spesso percepite – anche indipendentemente dalla qualità – come più calde, appassionanti e confortanti del cinema.

familiarità. continuiamo a seguire le serie per anni non solo perché ne apprezziamo scrittura e stile, ma anche e forse soprattutto perché ci affezioniamo ai personaggi. nulla appassiona più di seguire i destini di una persona alla quale si vuole bene e questa è probabilmente la grande forza dei serial – ma anche delle soap opera e della reality TV – rispetto al cinema: al cinema sappiamo che dopo due ore il personaggio sparirà, non lo vedremo mai più, non ci sarà concesso di affezionarci, mentre in TV sappiamo che lo ritroveremo la settimana successiva. che è lì per noi, che continua.

non guardiamo E.R. compulsivamente perché è ben scritto o ben girato: lo guardiamo per sapere cosa accadrà a Abby Lockhart o a John Carter. se saranno felici o tristi, se troveranno pace nel lavoro e nella vita privata. perché sono persone reali, che sentiamo di conoscere, a cui siamo affezionati e i cui destini ci premono. non sono semplici personaggi di un’opera di fiction che sappiamo durare due ore: sono persone vere, sappiamo che tra una settimana li ritroveremo, sappiamo di poter contare sulla loro presenza e questo ci dà sicurezza.

le situazioni che li vediamo vivere, per quanto possano essere banali, già viste o improbabili, sono credibili e appassionamti proprio in virtù del fatto che è come se accadessero a persone della nostra famiglia, e nulla di ciò che accada ai nostri cari è banale o improbabile: al cinema possiamo ostentare snobismo o sufficienza su quanto scritto e interpretato da estranei, ma non sappiamo essere cinici e scettici su ciò che accade alle persone a cui vogliamo bene.

similmente, tendiamo a essere molto meno sospettosi e cinici rispetto ai consigli per gli acquisti se vengono da persone cui ci sentiamo vicini e che rispettiamo. bolliamo immediatamente come interessata e non credibile senza possibilità d’appello, qualunque comunicazione commerciale ci arrivi dalle aziende, ma pendiamo dalle labbra di persone che ci sembra di conoscere; perché pensiamo che non abbiano interesse a mentirci, ma anche per una questione di familiarità, di credibilità umana conquistata a parole, comunicata con la faccia.

familiarità, umanità, credibilità di faccia e di parola, convinzione nel comunicare: se le persone che abitano quei dungeon medievali che sanno essere le aziende provassero a uscire alla luce, a mostrare la faccia, a raccontare sinceramente e apertamente della loro vita in prigionia, del perché usano i prodotti che vendono (se li usano), di cosa gli piace e non gli piace (se, in sostanza, si raccontassero sinceramente)  sarebbe molto facile creder loro. posto che fossero disposti a farlo esponendosi in prima persona. posto che riuscissero a farlo con credibilità e entusiasmo. posto che glielo lasciassero fare senza verifiche, approvazioni, controlli, revisioni.

in altre parole si potrebbe dire che poiché ogni essere vivente dotato di autocosiecnza si rapporta al mondo circostante prima di tutto raccontandosi, per un’entità commerciale la vendita dovrebbe essere prima di tutto narrazione di sé.
ma non è neanche questo. è che là fuori c’è il sole, è primavera: non hai voglia di prendere una boccata d’aria fresca?

foto di Derek Purdy su flickr.


14
apr 10

ancora sulla nuova editoria

Per quanto la futurologia sia più simile alla cartomanzia che alla preveggenza, e certamente lontanissima dalla scienza, per quanto di solito le previsioni si rivelino spesso grottescamente mancate, o corrette ma rivolte in una direzione completamente sbagliata, non bisogna mai smettere di inventare il futuro, anche quando è a pochi anni – se non mesi – di distanza, quindi ancora più difficile da immaginare.

10 ipotesi su 10 possibili mutazioni del giornalismo nell’immediato futuro:

1. l’esplosione della testata: il magazine, il giornale, ovvero il prodotto editoriale autoconcluso con un inizio, un percorso di lettura lineare e una fine, esplode in uno shrapnel di contenuti che volano in giro per la rete come schegge impazzite. nessuno legge più il pezzo nel contesto della testata (o del media per cui è stato scritto) ma lo trova casualmente grazie agli aggregatori e attraverso i feed: diventa necessario imparare a scrivere per favorire l’attrazione gravitazionale degli aggregatori sociali.

2. il cambio di paradigma: da impaginato/sequenziale la testata e la lattura divengono caotica/non lineare. bisogna produrre per una lettura non (o diversamente) impaginata, su cellulare, su ipad, su google news.  il processo produttivo viene invertito (”digital comes first, print last“).

3. l’eternal news: non esistendo più il contesto editoriale non si lavora più per singola news ma in base a un continuo processo di aggiornamento del tema, dello speciale, dell’evento, che ha una sua vita (eterna) e assume un suo percorso nel tempo. il contenuto non è mai finito ma muta continuamente, stile e approccio cambiano a metà del contenuto (anzi del flusso di contenuti) in base anche al feedback dei lettori. il visto si stampi perde senso, e con esso i ruoli di verifica e approvazione che rallentano mortalmente la stampa attuale. la verifica la fanno i lettori e il processo di approvazione, finalmente, sparisce.

4. il crescente peso dell’apporto dei lettori: l’importanza dei commenti a integrazione di un pezzo si fa sempre più preponderante. un pezzo non è completo senza un processo di commento infinito, la produzione di contenuti diviene un processo di scrittura collaborativa, il magazine diventa un wiki.

5. l’abbandono del copyright: l’editore ha bisogno dei contenuti altrui più di quanto gli altri abbiano bisogno dei suoi. è costretto a distribuire liberamente i suoi contenuti, per avere accesso a quelli altrui e non morire d’inedia,

6. l’advertising, 2 teorie: l’adv si nebulizza, ovvero appena il contenuto si separa dalla testata l’unità di adv lo segue, causando atomizzazione dell’advertising, che ora è computato al seguito del singolo contenuto e non più sulla testata, VS seconda teoria:  l’abbandono del modello di business basato sulla pubblicità.

7. il modello di business, appunto: da subscription e vendita della carta a advertising, da advertising di nuovo a subscription (cartacea e digitale). il modello di business della licenza volontaria (fee annuo di abbonamento pagato volontariamente dal lettore) dipende dalla capacità di mantenere il livello di qualità dei contenuti nel corso dell’anno e dalla capacità dell’editore di servire le nicchie, il che causa:

8. un’estrema, estremissima verticalizzazione dei contenuti, col risultato di rendere schizoide il piano editoriale (se non fosse che atomizzazione dei contenuti + esplosione in nicchie verticali = la morte del piano editoriale).

9 per guadagnare l’attenzione del lettore, sempre più difficile da ottenere, diventa necessario regalare il più possibile. non solo i contenuti di oggi ma anche quelli di ieri. lo storico della testata guadagna nuova vita grazie alla coda lunga e viene messo online gratuitamente.

10. il processo di produzione cambia anche rispetto ai mezzi di produzione: si buttano i desktop. i nuovi tool di produzione non sono più specializzati, locali e lenti ma gratuiti (social media, tool di produzione come google docs, picnik e Aviary), di pubblico dominio, in the cloud, leggeri, mobili, istantanei e collettivi (usati contemporaneamente da più persone, consentono le integrazioni dei contenuti prodotti dai lettori, che a questo punro non sono più solo lettori, ma co-redattori).

foto di Zarko Drincic da flickr


19
mar 10

la gazzetta del mezzogiorno verso le creative commons

tra i progetti di cui ci siamo occupati recentemente come yooplus c’è il nuovo blog sportivo della gazzetta del mezzogiorno, frutto di un percorso di collaborazione iniziato tempo fa. andato online il 17 marzo, il blog è sviluppato partendo da wordpress e skinnato dal nostro collaboratore Orlando.

ci tengo qui a sottolineare un elemento che mi sembra particolarmente importante, ovvero la scelta dell’editore di adottare una licenza creative commons per quello che – pur in forma di blog – è comunque un prodotto editoriale tradizionale. il blog infatti è distribuito sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5.


ci piace pensare che finalmente anche gli editori italiani – o i più lungimiranti tra essi – comincino a essere disposti a riconoscere che:

- il web non è la carta stampata, e così come ha forme, regole e dinamiche diverse, che vanno imparate, ha anche esigenze diverse in termini di diritto d’autore.

- i contenuti su internet sono fatti per essere diffusi, rilanciati, ridiscussi e sparsi ai quattro venti. la tradizionale formula del copyright è superata e non è in grado di rispondere alle esigenze dei nuovi media.

- forse persino la stessa idea di copyright – o almeno quel moloch di regole e divieti contraddittori che è divenuto negli ultimi decenni per colpa delle major – ha terminato il suo percorso ed è destinata a perire per mano dei suo stessi lettori. tanto vale quindi adeguare i contenuti agli usi, perché il contrario è impossibile.

non è un caso che sia un editore tutto sommato locale ad essere all’avanguardia su questo tipo di scelte: non solo i piccoli e medi editori locali sanno essere più ricettivi e adattabili ai mercati in rapida evoluzione (e quello del Web promette grandi soddisfazioni a chi sa stare sul territorio), ma dimostrano di sapersi muovere più in fretta dei grandi gruppi editoriali, e l’editoria sul web è come lo squalo: se non si muove continuamente, muore.


4
mar 10

le community per l’editoria: un futuro possibile

Non sarà cercare di ricreare le condizioni di scarsità del mercato pre-Internet che salverà l’editoria: quello in cui gli unici canali in grado di distribuire l’informazione sono controllabili o difficilmente replicabili è un mondo passato. La rianimazione di modelli defunti non ha speranze, tantomeno l’approccio repressivo. Invece di lamentarsi bisogna cercare, con umiltà, di intuire i nuovi modelli di business su cui si baserà l’editoria del 21mo secolo.

Uno di questi è la community editoriale: la parte più attiva, propositiva e appassionata del proprio mercato, aggregata online, non solo contribuisce attivamente al prodotto editoriale e alle revenue che esso genera, ma entra a far parte del modello di business futuro dell’editoria.

Linkato qui sotto, un post lungo (o un paper corto)  in pdf che cerca di esplorare i vantaggi e le potenzialità della collaborazione tra editoria e community. Uno sguardo oltre la situazione attuale per intuire modelli di business basati sulle comunità verticali e locali, forme di collaborazione possibili tra la capacità di produrre news e inchieste dell’editoria professionale e la capacità di arricchirle di contenuti originali, punti di vista alternativi, interpretazioni locali e di nicchia da parte di un ampio pubblico di appassionati e competenti lettori.

social publishing 2010: editoria + community

(leggilo online su scribddownload qui)


23
feb 10

regalare è meglio che vendere ovvero del perché cory doctorow è meglio di michael crichton

a me piace la fantascienza, soprattutto quella sociale (più philip dick che asimov, per capirci). tra gli ormai pochi autori che riesco a leggere ce n’è uno che si chiama cory doctorow, di cui ho recentemente comprato l’ultimo romanzo, makers. ora si dà il fatto che, per ragioni mie, a casa non trovi il tempo di leggere, mentre sui mezzi pubblici sì. se cory doctorow fosse uno scrittore normale sarei costretto a scaricarmi una copia pirata in formato ebook del suo romanzo, cosa che considererei mio diritto in quanto ho comprato il libro di carta e non avrei la minima intenzione di ripagare la stessa cifra per gli stessi contenuti. per l’autore/editore medio avrei compiuto un reato, mentre per cory doctorow no: lui mette i suoi ebook da scaricare grauitamente sul suo sito (per tutti: anche chi non li ha già comprati), cosa che mi ha permesso di scoprirlo, di apprezzarlo e fa sì che io compri i suoi libri di carta. perché mi piacciono, ma soprattutto perché cory doctorow mi è simpatico e si è comportato in modo onesto e disponibile con me.

l’ultimo romanzo di cory doctorow (qui in ebook gratis), mi ricorda un po’ un altro scrittore che leggevo in passato, michael crichton. michael crichton all’inizio non mi era né simpatico né antipatico, poi è successo che si è espresso più volte e con toni molto duri (e dicendo pure qualche grossolana idiozia) contro internet in generale e contro quelli che scaricano i file in particolare. micheal crichton era uno di quegli autori che se potessero porterebbero in tribunale i loro lettori. da quel momento in poi ho smesso di comprare i libri di michael crichton: non solo perché mi era improvvisamente diventato molto antipatico, ma perché se aveva intenzione denunciarmi non mi sembrava saggio dargli i mezzi economici per farlo.

questa cosa gli editori, i discografici, le major del cinema non l’hanno mica ancora capita. non solo questa, ma anche altre: ci sono almeno 5 cose che cory doctorow ha capito e le corporation no, ed è la ragione per cui io e tanti altri come me diamo e i futuro daremo sempre più volentieri i nostri soldi ai cory doctorow di questo mondo e sempre meno ai michael crichton, fino al momento in cui solo i cory doctorow potranno permettersi di restare sul mercato.

il file sharing non si può fermare
per quanto ci si possa provare, con le buone o le cattive, con le tecnologie o le legislazioni, il libero scambio di contenuti digitali è reso possibile dalle tecnologie e quando una tecnologia si è evoluta non la si può far devolvere. teenager, ventenni e anche molti adulti oggi non hanno – e per quanto ci si provi non avranno mai più – la percezione che il file sharing sia un reato. più o meno tutti scaricano o scaricheranno da qui a due anni, e non è possibile mettere in galera tutta la popolazione mondiale.

denunciare i propri lettori non è una buona strategia di marketing
rifiutare la strada del confronto e scegliere quella dello scontro non avrà l’effetto di convincere le persone a smettere di scambiare i file, ma avrà quasi certamente altri due effetti: convincere intere generazioni a scaricare ancora di più e in modi sempre più furbi, e infondere in loro la convinzione che gli adulti sono degli idioti liberticidi e che le loro regole sono senza senso. il consumatore oggi ha il controllo del mercato: se si dipende dal mercato, minacciare chi lo controlla non è una buona idea.

regalare è meglio che vendere
se non sei l’autore più famoso del mondo è meglio essere conosciuti che vendere, perché se prima di tutto non sei conosciuto, non venderai mai, e l’offerta di contenuti sta esplodendo quindi la concorrenza è sempre di più. ma anche se sei l’autore più famoso del mondo, chi vuole scaricare i tuoi contenuti senza pagarli lo farà lo stesso: fattene una ragione. invece di minacciarlo investi la tua testa e i tuoi soldi nel dare buone ragioni a quelli che vogliono pagarti per farlo (fai prezzi onesti, regala i contenuti in altri formati per usi alternativi, inventati extra e  da allegare ai prodotti fisici, investi sull’esperienza dal vivo, conversa con la tua base di fan più appassionata).

essere simpatici è meglio che essere antipatici
c’è bisogno di spiegarlo, che se ho la scelta di premiare qualcuno premierò chi mi è simpatico, è stato onesto e generoso con me, e non chi si è comportato in modo minaccioso, avaro e odioso?

forse “vendere” non è vitale
è ormai chiaro che il futuro è dei modelli di business alternativi che emergono in corso d’opera. il mercato cambia a velocità impensate e incomprensibili, e così le modalità di fornitura, rientro dagli investimenti e remunerazione dei servizi. twitter, facebook, youtube e persino google non avevano un modello di business tradizionale e chiaro, all’inizio: l’hanno trovato strada facendo (alcuni lo stanno ancora cercando, il che non li rende meno meritevoli o di minor successo presso il loro pubblico, anzi).

se il tema di questo post ti interessa, ti consiglio un altro libro di cory doctorow, che mi pare anche il  migliore da far leggere a un teenager in questo momento: little brother.

foto by moriza from flickr


18
feb 10

l’insostenibile inutilità del comunicare alla stampa (e non attraverso la stampa)

che il comunicato stampa, questa simpatica è un po’ bizzarra tradizione che è retaggio del ventesimo secolo e della comunicazione ai tempi dei nostri nonni, non viene letto dal nostro mercato lo sappiamo tutti, vero? che gli effettivi clienti (o potenziali tali) del prodotto non lo leggono, e che gli unici a leggerlo sono lo stagista incaricato di impaginarlo e i professionisti del nostro settore che non hanno niente di meglio da fare, sappiamo anche questo? sappiamo magari anche che il comunicato non è progettato per essere letto dai nostri clienti o futuri tali, perché contiene informazioni assolutamente irrilevanti, del tutto non credibili ed espresse in un linguaggio da capostazione, è noto pure questo? e anche che il vero scopo del comunicato stampa è cercare di far credere internamente (al management) e esternamente (alla concorrenza) che si sta facendo qualcosa? se a tutto ciò poi aggiungiamo il fatto che da un rapido esame del più noto sito di comunicati stampa italiano emerge che meno di uno su cinque ha un link al prodotto di cui il comunicato starebbe teoricamente parlando, possiamo finalmente dirci del tutto convinti che il comunicato stampa è un ottimo modo per investire nel nulla risorse aziendali e far perdere tempo a persone che potrebbero essere impiegate – a costo zero – a raccontare il prodotto al mercato, quindi a vendere?

perché, importante è che ce ne rendiamo conto, poi ognuno coi suoi soldi fa quello che vuole.

nel corso della compilazione di questo post non è stato sfruttato alcuno stagista di agenzia di comunicazione né sminuito o reso irrilevante alcun prodotto. eventuali effetti collaterali da eccessiva esposizione a comunicati stampa possono essere curati leggendo alcuni blog.


foto di Mykl Roventine da flickr


16
feb 10

a proposito di Schmidt ovvero perché Google ha sminchiato la privacy di Buzz

Google Buzz non è una nuova piattaforma di social networking, ma piuttosto una sorta di espansione/upgrade di protocollo che cerca di adattare la “vecchia” e-mail alle nuove esigenze del social networking. il che lo rende già meno assimilabile a Friendfeed e forse anche a Facebook dal punto di vista della gestione privacy (Buzz è più personale come scopi e obiettivi). progettandolo, Google ha compiuto almeno un grave errore, rendendo visibile di default il social network “automatico” dell’utente basato sulla frequenza delle sue conversazioni su gmail. (le altre critiche fatte su una presunta impossibilità di disattivarlo mi paiono meno fondate).

sarebbe una follia pensare che Google abbia messo consapevolmente a rischio il proprio modello di business, che prima che sull’accesso a dati personali e contenuti sensibili si basa sulla fiducia delle persone: a Mountain View sanno benissimo che tradire la fiducia delle persone significa perdere il mercato, e non essendo scemi non hanno fatto questa scelta per ingordigia di dati: mi pare più ingenuità che dolo. è stata dovuta, credo, in parte al fatto che hanno meno esperienza di progettazione di social network di altre realtà, che hanno imparato da errori compiuti in passato (Facebook e Twitter hanno compiuto errori simili: ce lo ricordiamo, oggi?).

ma l’errore è dovuto anche e soprattutto al fatto che, come dice Clay Shirky (parafrasando), il problema della privacy è che per la prima volta stiamo passando da un sistema evoluto, sociale di gestione delle informazioni sensibili, a un sistema ingegnerizzato: è un problema di filtraggio delle informazioni, non di troppe informazioni o troppo accesso alle informazioni. la verità è che stanno tutti sperimentando, cercando di tradurre e imbrigliare in piattaforme e protocolli rigidi un sistema complesso, flessibile ed evolutivo di gestione delle informazioni sensibili che nel mondo fisico si basa su un mix intelligente di buon senso comune, intelligenza emotiva e sensibilità collettiva.

buzz2

ciò non toglie che quello di Buzz errore è e errore resta, ma quello che inquieta è che esista un precedente che lo rende molto, molto più grave e sospetto: la sconsiderata e irresponsabile affermazione del CEO di Google Eric Schmidt dello scorso dicembre in cui sostanzialmente affermava che se vuoi che non si sappia cosa hai fatto, l’unico modo è non farlo. è questa solenne minchiata, non l’errore di progettazione di Buzz, che getta una pessima luce su tutta la questione Google/Privacy: sono proprio le parole di Schmidt, che consentono di pensare al dolo. quella dichiarazione, a suo tempo probabilmente non stigmatizzata a sufficienza, potrebbe costare a Google la credibilità sui media e presso un pubblico che è fondamentale per la diffusione di Buzz.

quella dichiarazione, e il fatto che, dopo la débacle della prima giornata di Buzz, Google non sia stata in grado di scusarsi pubblicamente e per voce della sua carica più alta nonostante il numero e il peso delle voci che lamentavano una grave violazione, dimostra non solo che oggi Google ha difficoltà di trasparenza e di comunicazione simili a quelle che affliggono realtà concorrenti considerate molto più rigide, reticenti e chiuse come Microsoft o Apple (il che è un serio colpo all’immagine di G come realtà aperta e not evil), ma soprattutto – a mio parere, ovviamente – che Eric Schmidt, per quanto rassicurante per i mercati azionari, forse non è più la persona adatta a rappresentare pubblicamente l’immagine positiva di Google, che forse ha bisogno di una figura che sia più in linea sia con la sua vera vocazione (geek, smart, open), che con l’immagine che vuole e può ancora proiettare sul mercato. ancora, ma forse non ancora per molto.