MKTG


2
set 10

i social media come autoanalisi

ci sono molte ragioni per cui si può decidere di fare una cosa, e molti modi in cui la si può fare. si può decidere di farla perché ce l’hanno ordinato, o si può farla per smarcare un punto in una lista di to-do. si può farla per fare qualcosa di nuovo. per guadagnare punti con i nostri capi. per metterla in curriculum. per avere una cosa in più di un concorrente. si può farla perché “va fatta”. si può farla perché la fanno tutti. perché il mercato la richiede. perché “fa bene per il business”. la si può fare per dare lavoro a qualcuno. perché c’è budget. per accontentare un consulente. per assecondare un collega. perchè sì. si può fare una cosa anche non capendola. si può farla non volendola capire. la si può fare delegandola ad altri.

nessuna di queste è una buona ragione per aprire una presenza sui social media. anzi spesso sono buone ragioni per non farlo.

la comunicazione (meglio: partecipazione. meglio: conversazione) sui social media è come le relazioni di coppia: richiede impegno, dedizione, a volte  sacrificio. richiede – sempre – di esserci con la testa e con la buona volontà.

in modo impersonale, svogliato, delegando a terzi si possono fare tante cose (la manutenzione della macchina, la dichiarazione dei redditi, le riparazioni di casa) ma non si può gestire una relazione soddisfacente in modo svogliato, impersonale o delegando. così come non si può fare conversazione sui social media: come nel matrimonio, è necessario esserci, essere presenti, in prima persona, stare ad ascoltare, saper rispondere quando è opportuno e saper stare zitti quando è il caso.

non l’ha ordinato il dottore di essere su facebook, di aprire un blog, di postare su twitter, ma chi ha deciso di farlo sappia che non si può fare con l’atteggiamento con cui si chiama l’idraulico per riparare il lavello della cucina: va fatto scrivendo in prima persona, in modo personale e coinvolto, appassionandosi a quello che si racconta, parlando con trasparenza, trattando i propri clienti con genuino rispetto e da pari, rischiando di rivelare più di quanto si era preparati a fare, rischiando di scoprire che si sono commessi degli errori, rischiando anche di fare degli errori per cui si verrà ripresi.

queste sono tutte cose che chi ha una posizione subalterna, chi non ha libertà d’azione, o chi in caso di errore teme di essere ripreso (se non licenziato) non riuscirà mai a fare. conversare apertamente, sinceramente e in modo appassionato sui social media, prendendosi le responsbilità per conto dell’azienda, è un compito che richiede una dispensa particolare. richiede un’investitura e molto coraggio.

la presenza sui social media è l’autoanalisi pubblica dell’azienda. non meraviglia che siano così poche quelle in grado di farla bene.

foto di greenkozi da flickr


23
lug 10

perché le aziende odiano i prodotti che vendono?

mi colpisce sempre come la prima preoccupazione delle aziende riguardo ai social media sia “e se poi parlano male del mio prodotto?” quando mi sembra abbastanza chiaro che alla maggior parte delle aziende in realtà del prodotto importa pochissimo, tanto da ignorarlo quasi totalmente, almeno online.

se ci dichiariamo d’accordo sul il fatto che le aziende sono fatte di esseri umani,  e che la normale reazione di un umano, quando gli piace o tiene a qualcosa, è di parlarne e consigliarlo il più possibile agli altri, dal comportamento medio posso solo dedurre che all’azienda media o non interessa o non piace quello che vende. cosa che puoi anche permetterti se sei Apple, meno se hai una concorrenza.

perché al di là della comunicazione tradizionale (che NON è comunicazione, infatti non a caso si chiama con un altro nome: pubblicità o PR, e non parla agli umani) non ho presente quasi nessun caso di persona che faccia la cosa che viene naturale a qualunque utente o consumatore soddisfatto: usare la Rete per parlare alle altre persone del prodotto che sta usando e di cui è sodddisfatto, consigliarlo, aiutare gli altri a sceglierlo, capirlo, a usarlo.

http://www.flickr.com/photos/yorkjason/2839753354

siamo tutti lì a sperare e lambiccarci il cervello per fare in modo che le persone parlino dei nostri prodotti, e a corteggiare i blogger, e a rimpinzare di tramezzini gli influenti, e a progettare i video virali, e il guerrilla marketing, e la minchia fritta, ma quasi nessuno che si prenda la bringa di partire, quotidianamente, con umiltà, dalla cosa più ovvia: condividere la propria soddisfazione di utilizzatore del proprio prodotto o servizio.

se fossi un CEO istituirei l’ora obbligatoria di comunicazione sociale in azienda, in cui le persone possono andare sui social media (invece di chiuderglieli come se fossero capre in un recinto) e scrivere qualcosa, qualunque cosa credano sinceramente e intimamente sui prodotti dell’azienda. anche se non è del tutto positivo, o ne evidenzia lati migliorabili.

ma neanche sui prodotti: mi basterebbe che scrivessero qualcosa di sincero, che imparassero a raccontarsi. perché siamo tutti parte del mercato. perché la diffusione e la comunicazione sui social media la puoi delegare, e sei a posto con la coscienza e col tuo capo, ma a delegare la narrazione di quello che sei a qualcuno che non è te, alla fine quello che ti resta in mano è sempre una roba fatta a metà, una biografia non autorizzata, un coitus interruptus.

ve lo dice chi per lavoro fa proprio questo: raccontare cose altrui. infatti l’obiettivo finale di ogni nostro progetto è: mettere il cliente nella condizione di raccontarsi in prima persona, online, al suo mercato. e va detto che forse sono più le volte che non ci riusciamo di quelle che sì.


14
lug 10

l’e-book prossimo venturo

sulla questione della distribuzione dei contenuti digitali, grande continua a essere la confusione sotto il cielo. quando nel luglio del 2001 fu chiuso Napster era ormai chiaro che il file sharing di brani musicali non poteva essere fermato, e si pensava che si sarebbe presto giunti a una soluzione che salvaguardasse il diritto d’autore nel contesto delle tecnologie esistenti.

nove anni dopo, le major della musica sono ancora arroccate in difesa del copyright come nel 2001, le ipotesi di licenze alternative come le Creative Commons e la Licenza Collettiva sono ancora ben lungi da essere prese in considerazione dai distributori, e lo sviluppo della tecnologia ha consentito che ai contenuti musicali scaricati si affiancassero quelli cinematografici, tanto da mettere in discussione un modello di business – già in calo costante – come quello del cinema.

ora è il momento degli e-book: con l’arrivo sui mercati di Kindle e iPad come lettori di libri digitali, il traffico di e-book sulle reti di condivisione come emule e bittorrent si moltiplica ogni mese che passa, mentre i distributori storici, che finora sono rimasti aggrappati alla distribuzione fisica, corrono rapidamente ai ripari commettendo gli stessi errori che furono delle major (cioè cercare di replicare in digitale il modello di business della distribuzione fisica mantenendo prezzi assurdi e proteggendo i contenuti con DRM). questa volta però c’è un pugno di piccole realtà indipendenti che ha capito quelle cose che per arroganza e/o carenza di cultura di Rete sfuggono a Mondadori, RCS, Feltrinelli & co:

- che la percezione presso il pubblico del costo di produzione del contenuto digitale è che sia nettamente inferiore a quella del libro di carta, e che di conseguenza il suo prezzo deve essere sensibilmente ridotto rispetto all’edizione cartacea.

- cle le licenze di utilizzo e ridistribuzione devono essere sensate e consentire la citazione, il prestito, il fair use (quindi no al copyright restrittivo).

- che c’è spazio per modalità alternative alla vendita unitaria (l’abbonamento, il noleggio).

- che il DRM non solo è inefficace ma indispone il lettore, quindi bisogna lavorare sulla fiducia nel lettore e sul sistema d’onore.

- che se il tuo concorrente è il file sharing, non puoi vincere sull’ampiezza dell’offerta: quello che fa la differenza è il SERVIZIO che associ al prodotto.

il mercato in lingua italiana è un’enclave linguistica che richiede un prodotto tradotto che non ha mercato altrove, ed è al momento forse troppo piccolo per interessare da subito i grossi player (Apple, Amazon): la situazione è ideale per occupare le posizioni in campo.

oltre ai grandi editori, in queste settimane in Italia si stanno muovendo attivamente almeno tre piccole realtà che sembrano aver capito bene il mercato, e che ci piace pensare possano collaborare tra loro – invece che farsi la guerra come è tradizione tra editori – o almeno trovare un accordo sulla condivisione di alcuni punti fondamenrtali per lo sviluppo di un’offerta sana: no DRM, rispetto delle aspettative del lettore, licenze umane, servizi aggiuntivi. i tre distributori sono Simplicissimus di Antonio Tombolini, partito anni fa su questo tema, BookRepublic, che debutta domani, e Readme.it, con cui noi di Daimon stiamo provando a collaborare.

a questo punto resta solo da vedere se autori e editori italiani saranno in grado di capire che per non consegnare il mercato al file sharing è necessario rispettare le regole di cui sopra, e licenziare i contenuti di conseguenza.

a noi come mercato non fa una gran differenza; naturalmente siamo disposti a pagare quello che riteniamo giusto per i contenuti, e ci piacerebbe poter retribuire gli autori. sta però a autori e editori renderlo possibile. nel frattempo, lo scambio prospera e rischia di diventare la modalità predefinita per le generazioni più giovani, com’è accaduto per la musica.

foto di jmerelo da flickr


2
lug 10

CTRL-C/CTRL-V: come cambia la stampa

surfl’avvento di un nuovo media, per quanto rivoluzionario e innovativo, non rende (quasi) mai obsoleti i media precedenti, ma ridefinisce la mappa della comunicazione e costringe gli editori a adeguarsi alle nuove modalità di uso che esso porta con sé.

Internet non rende obsoleta la stampa, i magazine non sono finiti, la gente non ha smesso di leggere, anzi legge più che mai. ma lo fa in modo diverso, aspettandosi contenuti diversi e con un’attitudine e una disponibilità diversa rispetto ai prezzi e alle  modalità di acquisto.

oggi si sceglie in modo diverso, si legge in modo diverso, ci si aspetta contenuti scritti e soprattutto serviti in modo diverso, cioè coerente con le caratteristiche e le potenzialità del media: velocità, aggiornabilità in tempo reale, modificabilità dei contenuti, possibilità e attitudine dei lettori a ripubblicarli, modificarli, integrarli, remixarli.

il real-time e la riproducibilità digitale cambiano le carte in tavola per gli editori, e li costringono a ripensare e ristrutturare procedure, sistemi di pensiero e pratiche che sono rimaste immutate per oltre un secolo. soprattutto li costringono a sperimentare e reinventare continuamente il prorprio ruolo e i modelli di business su cui basarsi.

nel documento linkato sotto, alcuni ragionamenti e alcune ipotesi sul modo corretto (positivo, produttivo) con cui gli editori potrebbero affrontare quella che, come tutte le crisi, nasconde in sé il segreto di opportunità future.

(nell’immagine, una bella campagna a cura degli editori di periodici USA)

CTRL-C/CTRL-V – tecnologie che cambiano il mondo
prospettive e necessità dell’editoria periodica nell’era della riproducibilità digitale



23
giu 10

Dare. Nomi. Sensati. Ai contenuti.

Un pezzo su User Interface Engineering esplicita un concetto ovvio quanto trascurato nella progettazione dei siti Web: dare alle sezioni sel sito nomi come “prodotti” o “clienti” è irrazionale e controproducente.

Premesso che l’accesso dai motori di ricerca è fondamentale per un’attività commerciale, e premesso che per quanto riguarda la reperibilità dei prodotti sui motori di ricerca il SEO è tutto, perché si dà il curioso fenomeno che la maggior parte delle persone che progettano siti web ragionano come se fosssero in una biblioteca, e a dei contenuti che devono essere indicizzati semanticamente da un computer etichette che userebbero per indicare il contenuto di cassetti di legno a casa loro?

Ovvero, se vendi scarpe ha più senso chiamare la sezione “Scarpe” o “Prodotti”? Prima di scegliere il nome che useresti tu, ti sei chiesto quale cercano le persone su Google? E’ chiaro che se sei un produttore di scarpe, per te quelli sono prodotti: il problema è che lo sono solo per te, per il resto del mondo quelle sono scarpe.

Ovvero, perché quando progettiamo l’architettura dei contenuti ragioniamo come bibliotecari dell’informazione e non come le persone che vogliamo che li trovino?

foto di Lisa Brewster da flickr


9
giu 10

grown up digital

grown up digital è un saggio scritto da don tapscott nel 2008 partire da un progetto di ricerca finanziato da alcune grandi aziende.

il libro si occupa di analizzare le differenze tra la cosiddetta Net Generation, ovvero la generazione nata tra la metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90 e la successiva “generazione Z“, quella nata in un’epoca in cui Internet era già parte della vita quotidiana della nostra società.

il libro analizza le caratteristiche che differenziano i nativi digitali dalle generazioni precedenti – ovvero il mercato come lo conoscono le aziende – e cerca di tracciarne abitudini, tipicità e comportamenti.

ne risulta il quadro – probabilmente inatteso per il lettore medio della stampa generalista – di una generazione estremamente rapida nell’apprendere, con opinioni nette, capacità di giudizio e di esprimere bisogni e desideri. un popolo di giovanissimi resi ben più smart dei precedenti dall’uso intensivo e multitasking di tecnologie sociali, che danno loro la possibilità di comunicare, influenzare e influire sulla società in modo molto più incisivo.

tapscott descrive una generazione con potenzialità rivoluzionarie, segnata da 8 caratteristiche distintive: giovani che sanno cosa vogliono (per esempio libertà di scelta e di espressione), amano personalizzare e vogliono un mondo a propria misura (e prodotti personali/zzati/bili), sanno e vogliono scegliere, analizzare, questionare i prodotti e le aziende, cercano e si aspettano dalle aziende apertura e integrità etica, voigliono una vita e un lavoro che abbiano posto per l’intrattenimento e il gioco, sono più bravi e più veloci di qualunque altra generazione nella collaborazione e nello stringere relazioni, hanno bisogno di velocità, non solo nei giochi ma anche nei prodotti, nella comunicazione, nelle risposte della politica, sono impegnati politicamente e nel sociale, non a livello di partiti ma di persone (sono stati necessari per la vittoria di Obama) e movimenti, sono innovatori radicali continuamente all’esplorazione (della Rete, del mercato, della fonti selezionate dalla collettività, della conoscenza condivisa) per trovare nuovi modi di fare le cose: meglio, più velocemente, in multitasking e in modo più sociale, più collettivo, più conversazionale.

sono la prima generazione a cui quelle precedenti riconoscono competenze e autorità, in casa e a scuola (per esempio nella scelta, nell’uso, nella gestione delle tecnologie), e sono la generazione più numerosa e col più rapido tasso di apprendimento che la storia recente ricordi.

sono, secondo il ritratto senza dubbio ottimista che ne fa tapscott, una generazione che ha i mezzi tecnologici, la curiosità, le competenze, i bisogni e la volontà di cambiare il mondo. sono certamente una generazione che sta cambiando e cambierà le modalità di relazione col mercato. sono coloro che bisogna cominciare subito a capire, insomma, mentre la maggior parte delle aziende nostrane è ancora lì a comprare pubblicità televisive per un pubblico di ultrasessantenni la cui uscita dal mercato è imminente.

photo by P i c t u r e Y o u t h on flickr


19
mag 10

radio e internet

non ci si pensa perché di solito si ragiona per associazioni di formati (Internet può trasmettere il video quindi è simile alla TV) o di contenuti (su Internet leggiamo i quotidiani quindi Internet è simile alla stampa) ma riflettendoci, il media più affine a Internet è la radio.

da una parte per una questione di tecnologia: la radio è per sua natura “open” (la tecnologia non è brevettata), ha delle barriere all’ingresso basse (chiunque può permettersi un piccolo trasmettitore per trasmettere a livello locale), ed è un media in cui può avvenire una conversazione sia uno a uno, che uno a molti, che molti a molti (nel caso del CB).

la radio opera in regime di abbondanza di banda (anche se attraverso le leggi è stata costretta in un regime di scarsità controllata) e grazie a ciò serve bene le nicchie e le code lunghe, ovvero consente di essere molto specifici nel servire i tipi di contenuto (dal tipo di informazione al genere musicale).

in comune col web sociale la radio ha anche la caratteristica – non legata alla tecnologia me del tutto culturale – di attrarre persone che la usano perché amano il media e la cultura che lo circonda: il dj è quasi sempre un mestiere che si inizia per passione e non per calcolo, la cultura di riferimento di chi fa radio ha spesso forti affinità, basi comuni, passioni condivise.

la differenza più grande con Internet sta nel fatto che è un media sequenziale, ovvero ogni contenuto è posizionato necessariamente in una timeline, una linea cronologica finita, quindi la programmazione è necessariamente legata a un palinsesto. ma qui Internet viene in soccorso dei limiti  della radio e, grazie alla sua capacità di filtrare per affinità e per gusti, alla facilità di accesso, ai costi in calo e alla flessibilità delle tecnologie web, il web conferisce i superpoteri alla radio.

l’incrocio/fusione/ibridazione tra radio e web ha dato vita ad alcune delle piattaforme più creative e stimolanti che abbiamo visto nascere negli ultimi anni, da shoutcast e live365 a radio locator a radiostationworld a soma.fm a midomi, a radiotower, a songza, a deezer, a musicovery, a blip.fm, a accuradio, fino alla buona vecchia filodiffusione RAI da sala d’aspetto del dentista, che esiste ancora e lotta insieme a noi.

la radio, sia offline che online, è probabilmente il media con più potenzialità di cui si discute meno. arriva dappertutto, chiunque può ascoltarla in mobilità con apparecchi da pochi euro, ha un pubblico di autori e ascoltatori fedelissimi, che si rinnova e copre tutte le fasce d’età ed è da sempre, a differenza di quello di stampa e TV, in crescita.

è una tribù e come tutte le tribù si basa su un forte senso d’appartenenza, e come molte tribù vive ai margini, in zone temporaneamente autonome, dove difende la sua cultura e il media attorno al quale si aggrega, e non è facile da sconfiggere.

foto di dan taylor da flickr

(Update) la tragedia è che sia radio che Rete si siano trovate nella loro adolescenza nel posto sbagliato al momento sbagliato, come capita spesso agli adolescenti: la prima nel mezzo di una battaglia politica per il controllo delle frequenze, la seconda nel pieno di una guerra senza quartiere per il controllo dei contenuti. se la Rete – per sua struttura intoccabile – ne è uscita quasi intatta, la radio ha dovuto piegarsi alle esigenze del controllo della comunicazione, diventando un media élitario e controllato.