MANAGEMENT


9
giu 10

grown up digital

grown up digital è un saggio scritto da don tapscott nel 2008 partire da un progetto di ricerca finanziato da alcune grandi aziende.

il libro si occupa di analizzare le differenze tra la cosiddetta Net Generation, ovvero la generazione nata tra la metà degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90 e la successiva “generazione Z“, quella nata in un’epoca in cui Internet era già parte della vita quotidiana della nostra società.

il libro analizza le caratteristiche che differenziano i nativi digitali dalle generazioni precedenti – ovvero il mercato come lo conoscono le aziende – e cerca di tracciarne abitudini, tipicità e comportamenti.

ne risulta il quadro – probabilmente inatteso per il lettore medio della stampa generalista – di una generazione estremamente rapida nell’apprendere, con opinioni nette, capacità di giudizio e di esprimere bisogni e desideri. un popolo di giovanissimi resi ben più smart dei precedenti dall’uso intensivo e multitasking di tecnologie sociali, che danno loro la possibilità di comunicare, influenzare e influire sulla società in modo molto più incisivo.

tapscott descrive una generazione con potenzialità rivoluzionarie, segnata da 8 caratteristiche distintive: giovani che sanno cosa vogliono (per esempio libertà di scelta e di espressione), amano personalizzare e vogliono un mondo a propria misura (e prodotti personali/zzati/bili), sanno e vogliono scegliere, analizzare, questionare i prodotti e le aziende, cercano e si aspettano dalle aziende apertura e integrità etica, voigliono una vita e un lavoro che abbiano posto per l’intrattenimento e il gioco, sono più bravi e più veloci di qualunque altra generazione nella collaborazione e nello stringere relazioni, hanno bisogno di velocità, non solo nei giochi ma anche nei prodotti, nella comunicazione, nelle risposte della politica, sono impegnati politicamente e nel sociale, non a livello di partiti ma di persone (sono stati necessari per la vittoria di Obama) e movimenti, sono innovatori radicali continuamente all’esplorazione (della Rete, del mercato, della fonti selezionate dalla collettività, della conoscenza condivisa) per trovare nuovi modi di fare le cose: meglio, più velocemente, in multitasking e in modo più sociale, più collettivo, più conversazionale.

sono la prima generazione a cui quelle precedenti riconoscono competenze e autorità, in casa e a scuola (per esempio nella scelta, nell’uso, nella gestione delle tecnologie), e sono la generazione più numerosa e col più rapido tasso di apprendimento che la storia recente ricordi.

sono, secondo il ritratto senza dubbio ottimista che ne fa tapscott, una generazione che ha i mezzi tecnologici, la curiosità, le competenze, i bisogni e la volontà di cambiare il mondo. sono certamente una generazione che sta cambiando e cambierà le modalità di relazione col mercato. sono coloro che bisogna cominciare subito a capire, insomma, mentre la maggior parte delle aziende nostrane è ancora lì a comprare pubblicità televisive per un pubblico di ultrasessantenni la cui uscita dal mercato è imminente.

photo by P i c t u r e Y o u t h on flickr


4
mag 10

8 regole per l’ecologia della mail

seth godin qualche tempo fa scriveva un post con una lista di 8 cose che vorrebbe che tutti sapessero sulla posta elettronica. è curioso il fatto che pur essendo la e-mail una delle prime feature di Internet (molto, molto prima del web: il documento che stabilisce gli standard della comunicazione via e-mail risale addirittura al 1973) è tuttora usata in modo poco corretto (ovvero al di fuori degli standard) dalla maggior parte delle persone.

ecco 8 cose che IO vorrei che le persone sapessero sulla e-mail, alcune delle quali condivise con godin. precisando che lo so che usare male la mail non è cattiveria: Internet la si impara da soli, non te la insegna nessuno, mica nasciamo imparati.

(1) allegare alla firma un file grafico (gif, jpg) NON E’ un comportamento standard, e fa sì che nelle caselle dei destinatari tutte le tue mail appaiano come se avessero un allegato (il che è fastidiosissimo quando se ne cerca uno). la firma è sempre testuale, è preceduta da due trattini (–) ed è massimo di tre righe: la firma in grafica è fastidiosa quasi quanto…

(2) i pupazzetti, immagini inutili e qualunque altro ornamento grafico alla mail. la mail nasce come testo, ed è comunemente accettata in formato rich (RTF) o html solo in caso ci sia la necessità di formattazioni che consentano di renderla più leggibile (no ai colori, sì ai corsivi e grassetti, con parsimonia). l’ipertestualità (link) è garantita anche nelle mail in testo semplice. glitter, orsacchiottini e hello kitty NON sono considerate accettabili.

(3) le mail possono essere spedite a più persone contemporaneamente. rispondendo, si può scrivere solo al mittente o a tutti quelli in CC. è opportuno fermarsi sempre a ragionare prima di quest’ultima azione: la cosa che sto scrivendo è utile davvero a tutti? è opportuno che tutti la vedano?

(4) quello che è stato scritto, inviato, allegato non si può più disiscrivere, cancellare, ritirare. un giorno ci se ne potrebbe pentire. anche amaramente.

(5) i programmi di posta hanno tutti la funzione bozza (draft): le mail importanti salvale e rileggile il giorno dopo, o anche solo dopo qualche ora. non hai idea di quanto possa essere opportuno.

(6) le catene di sant’antonio, gli appelli sui cani da adottare o da salvare o le mail che chiedono di diffondere la storia della bambina con un morbo raro, tientele nella inbox e non spammarci gli amici. non è cattiveria: è che sono quasi sempre fasulle. ed ecco cosa fare se non sei sicura che siano vere.

(7) il quoting. imparare come si risponde correttamente a una mail che abbiamo ricevuto è importantissimo: soprattutto sul lavoro, un quoting sbagliato comunica scarsa professionalità, pigrizia e/o pressappochismo. il quoting corretto rispondendo a una mail si fa mantenendo le parti del testo originale scritto dal mittente a cui si vuole rispondere, cancellando le altre e rispondendo sotto ogni singola parte (frase) a cui si vuole rispondere. per imparare basta leggere la sintetica ma efficace definizione di quoting su wikipedia.

(8) fatti e facci un favore: usa gmail. semplifica la vita a tutti, è veloce e leggero, è fantastico sui cellulari, rispetta gli standard di rete, ed è uno dei pochi servizi di mail che ha la probabilità di essere ancora lì tra vent’anni.

[UPDATE] ulteriori punti suggeriti nei commenti da Andrea:

- prima di fare un “Reply to All”, verifica sempre che il mittente non ti abbia inserito in copia nascosta (BCC) (utile per evitare magre figure che possono anche ricadere sulla pelle di altri).

- se senti la necessità di inoltrare il messaggio ad una terza persona non inclusa nell’elenco dei destinatari, inserisci in CC il mittente, in maniera che sia informato che la sua comunicazione è stata inviata anche ad altri.

foto di esparta da flickr


18
feb 10

l’insostenibile inutilità del comunicare alla stampa (e non attraverso la stampa)

che il comunicato stampa, questa simpatica è un po’ bizzarra tradizione che è retaggio del ventesimo secolo e della comunicazione ai tempi dei nostri nonni, non viene letto dal nostro mercato lo sappiamo tutti, vero? che gli effettivi clienti (o potenziali tali) del prodotto non lo leggono, e che gli unici a leggerlo sono lo stagista incaricato di impaginarlo e i professionisti del nostro settore che non hanno niente di meglio da fare, sappiamo anche questo? sappiamo magari anche che il comunicato non è progettato per essere letto dai nostri clienti o futuri tali, perché contiene informazioni assolutamente irrilevanti, del tutto non credibili ed espresse in un linguaggio da capostazione, è noto pure questo? e anche che il vero scopo del comunicato stampa è cercare di far credere internamente (al management) e esternamente (alla concorrenza) che si sta facendo qualcosa? se a tutto ciò poi aggiungiamo il fatto che da un rapido esame del più noto sito di comunicati stampa italiano emerge che meno di uno su cinque ha un link al prodotto di cui il comunicato starebbe teoricamente parlando, possiamo finalmente dirci del tutto convinti che il comunicato stampa è un ottimo modo per investire nel nulla risorse aziendali e far perdere tempo a persone che potrebbero essere impiegate – a costo zero – a raccontare il prodotto al mercato, quindi a vendere?

perché, importante è che ce ne rendiamo conto, poi ognuno coi suoi soldi fa quello che vuole.

nel corso della compilazione di questo post non è stato sfruttato alcuno stagista di agenzia di comunicazione né sminuito o reso irrilevante alcun prodotto. eventuali effetti collaterali da eccessiva esposizione a comunicati stampa possono essere curati leggendo alcuni blog.


foto di Mykl Roventine da flickr


16
feb 10

a proposito di Schmidt ovvero perché Google ha sminchiato la privacy di Buzz

Google Buzz non è una nuova piattaforma di social networking, ma piuttosto una sorta di espansione/upgrade di protocollo che cerca di adattare la “vecchia” e-mail alle nuove esigenze del social networking. il che lo rende già meno assimilabile a Friendfeed e forse anche a Facebook dal punto di vista della gestione privacy (Buzz è più personale come scopi e obiettivi). progettandolo, Google ha compiuto almeno un grave errore, rendendo visibile di default il social network “automatico” dell’utente basato sulla frequenza delle sue conversazioni su gmail. (le altre critiche fatte su una presunta impossibilità di disattivarlo mi paiono meno fondate).

sarebbe una follia pensare che Google abbia messo consapevolmente a rischio il proprio modello di business, che prima che sull’accesso a dati personali e contenuti sensibili si basa sulla fiducia delle persone: a Mountain View sanno benissimo che tradire la fiducia delle persone significa perdere il mercato, e non essendo scemi non hanno fatto questa scelta per ingordigia di dati: mi pare più ingenuità che dolo. è stata dovuta, credo, in parte al fatto che hanno meno esperienza di progettazione di social network di altre realtà, che hanno imparato da errori compiuti in passato (Facebook e Twitter hanno compiuto errori simili: ce lo ricordiamo, oggi?).

ma l’errore è dovuto anche e soprattutto al fatto che, come dice Clay Shirky (parafrasando), il problema della privacy è che per la prima volta stiamo passando da un sistema evoluto, sociale di gestione delle informazioni sensibili, a un sistema ingegnerizzato: è un problema di filtraggio delle informazioni, non di troppe informazioni o troppo accesso alle informazioni. la verità è che stanno tutti sperimentando, cercando di tradurre e imbrigliare in piattaforme e protocolli rigidi un sistema complesso, flessibile ed evolutivo di gestione delle informazioni sensibili che nel mondo fisico si basa su un mix intelligente di buon senso comune, intelligenza emotiva e sensibilità collettiva.

buzz2

ciò non toglie che quello di Buzz errore è e errore resta, ma quello che inquieta è che esista un precedente che lo rende molto, molto più grave e sospetto: la sconsiderata e irresponsabile affermazione del CEO di Google Eric Schmidt dello scorso dicembre in cui sostanzialmente affermava che se vuoi che non si sappia cosa hai fatto, l’unico modo è non farlo. è questa solenne minchiata, non l’errore di progettazione di Buzz, che getta una pessima luce su tutta la questione Google/Privacy: sono proprio le parole di Schmidt, che consentono di pensare al dolo. quella dichiarazione, a suo tempo probabilmente non stigmatizzata a sufficienza, potrebbe costare a Google la credibilità sui media e presso un pubblico che è fondamentale per la diffusione di Buzz.

quella dichiarazione, e il fatto che, dopo la débacle della prima giornata di Buzz, Google non sia stata in grado di scusarsi pubblicamente e per voce della sua carica più alta nonostante il numero e il peso delle voci che lamentavano una grave violazione, dimostra non solo che oggi Google ha difficoltà di trasparenza e di comunicazione simili a quelle che affliggono realtà concorrenti considerate molto più rigide, reticenti e chiuse come Microsoft o Apple (il che è un serio colpo all’immagine di G come realtà aperta e not evil), ma soprattutto – a mio parere, ovviamente – che Eric Schmidt, per quanto rassicurante per i mercati azionari, forse non è più la persona adatta a rappresentare pubblicamente l’immagine positiva di Google, che forse ha bisogno di una figura che sia più in linea sia con la sua vera vocazione (geek, smart, open), che con l’immagine che vuole e può ancora proiettare sul mercato. ancora, ma forse non ancora per molto.


21
dic 09

the elements of user experience – jesse james garrett

the elements of user experience, pur avendo solo qualche anno di età, è uno dei testi fondamentali del web design (nel senso più ampio di “ideazione e progettazione di ambienti di Rete”) e anche uno dei primi a occuparsi specificamente di user experience, ovvero della disciplina che studia e regola il modo in cui le persone interagiscono con le interfacce dei siti web, e definisce regole e pratiche d’uso per favorire la migliore esperienza d’uso per gli utenti.

definizione che non deve fuorviare. la user experience non è cosmetica, non è una cosa di cui ci si occupa se si hanno tempo e soldi: è anzi la filosofia di base della progettazione di un sito. è l’impianto strutturale e logico che consente che il sito sia utilizzabile: senza una corretta applicazione delle regole di user experience alla struttura e ai contenuti, il rischio che il sito fallisca è altissimo.

e il libro di james garrett non solo fornisce tutte le corrette basi logiche per intraprendere un approccio di user experience e applicarlo alla progettazione, fa molto di più: definisce tutti i processi necessari per la cortretta individuazione degli obiettivi, delle strategie e del modo di realizzarle. definisce le tappe fondamentali da seguire, e dà utili regole e indicazioni su come farlo.

a partire dal diagramma su cui si basa (vedi sotto), the elements of user experience di jesse james garrett non solo è una lettura necessaria per chiunque sia responsabile della presenza web di un’azienda, ma è fondamentale anche – e forse soprattutto – per chi deve operativamente gestire il processo di realizzazione di un sito web. consigliatissimo. lo trovate (solo in lingua inglese) qui su amazon a 26$ più spese di spedizione, e qui su play.com a 30€ senza spese di spedizione.

per approfondimenti e ulteriori materiali, li libro ha anche un sito web.

elements_ittraduzione italiana di Antonio Volpon, pdf completo disponibile qui


17
dic 09

scrivere un curriculum per lavorare nel web

foto di SOCIALisBETTER da flickr

foto di SOCIALisBETTER da flickr

Qui in Daimon riceviamo ogni tanto curriculum di persone che si autocandidano; non tantissimi, ma con una certa regolarità. Noi di solito assumiamo le persone per averle incontrate in Rete: a una società che si occupa di social media fanno molto più impressione le attività che svolgi online, che dove hai fatto uno stage in precedenza o il fatto che sai usare Office (e chi è che non lo sa usare?).

Ma visto che un minimo di occhio su quello che conta nell’Internet attuale ce l’abbiamo, qualche consiglio mi sento di darlo, se non altro per contribuire a un’ecologia dell’autocandidatura. Se stai scrivendo a FIAT o IBM, puoi anche smettere di leggere.

Dati personali e indirizzi online

- Ribadisco: più che le scuole che hai fatto o le “occupazioni precedenti”, mi interessa vedere cosa fai online, come ti esprimi e in che modo comunichi, per iscritto e con le immagini. Non per metterti ansia, ma sappi che te la giochi un po’ tutta qui.
L’indirizzo del blog sta insieme alla mail e ai dati personali, prima del telefono (tanto non lo uso). Un instant messenger sarebbe una buona idea: sono un potenziale datore di lavoro, non un serial killer. Un IM mi permette quella che per i miei criteri di Net addicted è una “conoscenza di persona”. Lo so, sono una personcina bizzarra.

Corollario: una mail personale su Hotmail o Fastwebnet non comunica cose molto positive sulla tua competenza di Rete. Fatti una Gmail. Idem se il messenger è MSN.

Il blog: non vogliamo essere razzisti ma onestamente sarebbe bene che ce l’avessi. Vanno bene tutti, anche se Libero mi comunica una cosa e Blogger un’altra. Wordpress su un dominio personale mi vamolto bene perché significa che almeno sai installarlo (e non è poco). Se hai solo un MySpace e hai più di 16 anni o non sei un musicista, lascia perdere.
FacebookTwitter mettili: se non li hai, li avrai appena arrivi qui; se non li hai mai sentiti nominare probabilmente hai un problema.

E sarà bene che tu sappia usare Google un po’ al di là di “scrivi la parola nel campo bianco e clicca”. E’ impressionante quanta gente non abbia mai avuto la curiosità di andare oltre la home page di Google. E sappi che se scopro che usi Internet Explorer sei licenziato.

Formato del curriculum

- Word o non word? Non word. Usa il software che ti pare per scriverlo, ma il documento finale salvalo in PDF: Word è un mattone, fa casini con le diverse versioni, in generale è una noia, e una noia poco elegante. Un PDF è standard e si apre rapidamente su qualunque computer. Un RTF è sobrio e comunica concretezza, probabilmente la scelta migliore se non sei un grafico.
Se me lo mandi in Pages mi stupisci per temerarietà ma l’apprezzo. Se l’hai redatto in Vi Emacs mi tolgo il cappello ma probabilmente sei troppo nerd per avere a che fare con una community.

- Basta col Times New Roman, se non altro perché il fatto di usare il font predefinito di Word denota scarso spirito di iniziativa e scarsa disposizione all’eleganza della tipografia, che in Rete ha qualche importanza. Scegli un basso profilo con caratteri non graziati da Web, come Verdana, Lucida o Helvetica (non sono un esperto di tipografia, mi accontento).

I curriculum scritti in Comic Sans finiscono direttamente nel cestino.

Forma & contenuti

- Basta con l’impostazione business: nessuno ha mai apprezzato il fatto che lo definissi “egregio” o “gentilissimo”, figuriamoci oggi e sul Web, dove l’informalità is the new black. In generale, parla come mangi, evita le locuzioni formali e le formule precompilate: voglio vedere che nel curriculum ci hai messo del tuo, e che sai essere spiritoso/a. L’estrema informalità è caratteristica del nuovo Web: dimostrami che sai “scrivere 2.0″.

- Evita, evita, EVITA, ti scongiuro, frasi fatte e forme di cortesia. Sii personale, sii originale, almeno non essere scontato e derivativo. Io non sono un gentile signore, non voglio essere ringraziato per l’attenzione dedicatati.

- Non essere schematico: sii un po’ discorsivo. Non è la lista della spesa: è una narrazione in cui mi racconti di te. Non mi frega quanti stage e corsi tabellati o in elenco puntato hai fatto (quelli sì, mi annoiano). Hai la patente B? Chissenefrega, qui nessuno ha un’automobile. Voglio capire che persona sei. Prenditi il tuo tempo, raccontami di te. Cosa fai nella vita? Nel tempo libero? Cosa ne pensi delle cose che fai? Cos’è che ti piace un sacco? Questo devi raccontarmi. Voglio sapere chi sei, non quanti cartellini hai timbrato.

- La foto. Metticela. Noi non ti scegliamo per l’aspetto fisico (alcuni lo fanno, in verità), ma ci fa piacere vederti in faccia mentre leggiamo la storia della tua vita. Certo se anche qui mostri un po’ di creatività è meglio, ma non ci formalizziamo.

- Se hai un gatto, metti anche la sua foto. Non è una regola, ma noi l’apprezziamo parecchio :-)

(questo post è stato scritto originariamente su maestrini per caso)

(foto di SOCIALisBETTER da flickr)


10
dic 09

il blog di Daimon

dogfoodsmallnel gergo interno di google si definisce dogfooding (traducibile con “mangiare il proprio cibo per cani“) la pratica di testare in prima persona, adottare internamente e usare quotidianamente i propri prodotti. troppo spesso prodotti e servizi soffrono di uno scarso livello di usabilità – che si traducono in risultati deludenti – a causa del fatto che gli stessi progettisti e designer non ne hanno una pratica quotidiana.

questo avviene in qualunque settore, ma è particolarmente visibile nello sviluppo delle interfacce web, dove analisti, progettisti e sviluppatori provenienti da ambienti tradizionali sono tipicamente poco avvezzi all’uso di Internet e dei social media.

in daimon tendiamo a progettare e usare quotidianamente i social media prima di tutto perché ne siamo entusiasti utilizzatori da metà anni 90: abbiamo esperienza in prima persona della loro efficacia comunicativa, ne conosciamo – in teoria e nella pratica – il linguaggio e le best practice.

i social media sono sistemi rapidi, intuitivi e immediati per comunicare e pubblicare contenuti in modo sociale. possono essere imparati in poche ore e usati da tutti. i loro contenuti sono rapidamente ed efficacemente indicizzati da google. inoltre i social media in genere adottano e integrano gli standard di rete, dando visibilità ai contenuti  e diffondendoli in forme ecologicamente compatibili con l’ecosistema di Internet.

di cosa parla questo blog?
di tutto ciò che riguarda i social media, di come usarli, di come NON usarli, della comunicazione e del marketing nell’era digitale, delle nuove sfide interne ed esterne alle aziende, delle nuove tecnologie, dei gadget, di tutte le cose che ci piacciono e che stanno rendendo la nostra vita (lavorativa e non) migliore. di come Internet abbia cambiato il mondo, e soprattutto di come lo cambierà nei mesi e negli anni a venire.

per chi è scritto?
per chi si sta affacciando al mondo del marketing sui nuovi media. per chi ha la necessità di aprire una conversazione con i propri mercati sui social media ma non sa come. per chi ha la necessità – o la semplice curiosità – di esplorare nuove forme di comunicazione. per chi vuole dialogare con i suoi clienti, ottenere feedback sui propri prodotti, organizzare eventi. per chi è interessato professionalmente o personalmente alla comunicazione sui media sociali. per chi vuole provare a farne una professione.

potete aiutarmi anche nel mondo reale?
certo, soprattutto considerando che Internet È il mondo reale. daimon fornisce consulenza di comunicazione sui modi migliori di comunicare su Internet e sui social media, progetta strategie di comunicazione e di web marketing, realizza (e alimenta) blog e ambienti di conversazione, e tiene corsi di formazione per insegnare alle persone a fare tutto ciò.

se hai delle domande, scrivici: daimon dà buoni consigli e da oggi, col nuovo blog e relativo template minimale di wordpress, dà anche il buon esempio :-)

foto di JnL da flickr