sulla questione della distribuzione dei contenuti digitali, grande continua a essere la confusione sotto il cielo. quando nel luglio del 2001 fu chiuso Napster era ormai chiaro che il file sharing di brani musicali non poteva essere fermato, e si pensava che si sarebbe presto giunti a una soluzione che salvaguardasse il diritto d’autore nel contesto delle tecnologie esistenti.
nove anni dopo, le major della musica sono ancora arroccate in difesa del copyright come nel 2001, le ipotesi di licenze alternative come le Creative Commons e la Licenza Collettiva sono ancora ben lungi da essere prese in considerazione dai distributori, e lo sviluppo della tecnologia ha consentito che ai contenuti musicali scaricati si affiancassero quelli cinematografici, tanto da mettere in discussione un modello di business – già in calo costante – come quello del cinema.
ora è il momento degli e-book: con l’arrivo sui mercati di Kindle e iPad come lettori di libri digitali, il traffico di e-book sulle reti di condivisione come emule e bittorrent si moltiplica ogni mese che passa, mentre i distributori storici, che finora sono rimasti aggrappati alla distribuzione fisica, corrono rapidamente ai ripari commettendo gli stessi errori che furono delle major (cioè cercare di replicare in digitale il modello di business della distribuzione fisica mantenendo prezzi assurdi e proteggendo i contenuti con DRM). questa volta però c’è un pugno di piccole realtà indipendenti che ha capito quelle cose che per arroganza e/o carenza di cultura di Rete sfuggono a Mondadori, RCS, Feltrinelli & co:
- che la percezione presso il pubblico del costo di produzione del contenuto digitale è che sia nettamente inferiore a quella del libro di carta, e che di conseguenza il suo prezzo deve essere sensibilmente ridotto rispetto all’edizione cartacea.
- cle le licenze di utilizzo e ridistribuzione devono essere sensate e consentire la citazione, il prestito, il fair use (quindi no al copyright restrittivo).
- che c’è spazio per modalità alternative alla vendita unitaria (l’abbonamento, il noleggio).
- che il DRM non solo è inefficace ma indispone il lettore, quindi bisogna lavorare sulla fiducia nel lettore e sul sistema d’onore.
- che se il tuo concorrente è il file sharing, non puoi vincere sull’ampiezza dell’offerta: quello che fa la differenza è il SERVIZIO che associ al prodotto.
il mercato in lingua italiana è un’enclave linguistica che richiede un prodotto tradotto che non ha mercato altrove, ed è al momento forse troppo piccolo per interessare da subito i grossi player (Apple, Amazon): la situazione è ideale per occupare le posizioni in campo.
oltre ai grandi editori, in queste settimane in Italia si stanno muovendo attivamente almeno tre piccole realtà che sembrano aver capito bene il mercato, e che ci piace pensare possano collaborare tra loro – invece che farsi la guerra come è tradizione tra editori – o almeno trovare un accordo sulla condivisione di alcuni punti fondamenrtali per lo sviluppo di un’offerta sana: no DRM, rispetto delle aspettative del lettore, licenze umane, servizi aggiuntivi. i tre distributori sono Simplicissimus di Antonio Tombolini, partito anni fa su questo tema, BookRepublic, che debutta domani, e Readme.it, con cui noi di Daimon stiamo provando a collaborare.
a questo punto resta solo da vedere se autori e editori italiani saranno in grado di capire che per non consegnare il mercato al file sharing è necessario rispettare le regole di cui sopra, e licenziare i contenuti di conseguenza.
a noi come mercato non fa una gran differenza; naturalmente siamo disposti a pagare quello che riteniamo giusto per i contenuti, e ci piacerebbe poter retribuire gli autori. sta però a autori e editori renderlo possibile. nel frattempo, lo scambio prospera e rischia di diventare la modalità predefinita per le generazioni più giovani, com’è accaduto per la musica.
foto di jmerelo da flickr





