capire sarebbe meglio che combattere, ovvero quando i social media son tutti chiodi

con gli attuali tassi di crescita dell’accesso a Internet e la rapidità con cui si diffondono le nuove risorse, si assiste sempre più spesso a fenomeni di rigetto immediato dei nuovi media. un po’ il fatto che il primo impatto con una nuova interfaccia mette sempre ansia, un po’ che in Italia per carattere e cultura ci sentiamo tutti in dovere di esprimere un’opinione su qualunque cosa, ogni restyling di interfaccia di strumenti diffusi e ogni introduzione di nuovi strumenti ha l’effetto immediato di suscitare un coro di:

“era meglio prima”
“non si capisce”
“non serve a niente”
“c’era già il…
(social media preferito di chi parla)”
“non avrà mai il successo di…
(social media preferito di chi parla)”

seguono lazzi e frizzi derivanti sull’ingenuità di chi ha progettato lo strumento in questione, espressi ben prima di essersi dati il tempo non solo di imparare a usare il nuovo strumento/interfaccia, ma anche solo di aver cercato di capire che cos’è, per che cosa è progettato, quali sono i suoi ambiti di utilizzo e il suo pubblico di riferimento, qual è l’obiettivo che si sono dati i suoi autori. per non parlare delle critiche alla gestione della privacy* di strumenti sostanzialmente innocui, mentre quasi nessuno sembra preoccuparsi del fatto che siamo il paese più illegalmente intercettato del mondo, che i Servizi hanno dossier su metà della popolazione e che provider e telcom italiane (sì: il tuo provider e la tua telcom) consegnano allegramente i nostri dati più privati, spesso anche illecitamente.

ma su quello che avviene in Internet siamo tutti CT della Nazionale. forse è il caso di tenere presente che i social media non sono tutti uguali, non hanno tutti gli stessi usi e obiettivi, non sono tutti indirizzati allo stesso pubblico, non sono tutti progettati per la stessa cosa. ogni ambiente/strumento ha un uso progettuale a cui spesso si affiancano più usi reali anche molto diversi tra loro. e poiché Internet non è la TV – che deve uniformare l’offerta a un pubblico indistinto – i media online (che siano social o meno) possono essere mirati a pubblici anche molto ristretti, avere scopi e modalità d’uso che a prima vista non sono evidenti, rispondere a bisogni che non sono di tutti.

google wave non è un social media generalista: è una piattaforma di collaborazione online per piccole realtà delocalizzate che lavorano su un progetto comune e condiviso: in realtà wave è (tra altre cose in potenza) una piattaforma enterprise 2.0. google buzz non è un clone di friendfeed: è un modo di portare su un nuovo piano (conversazionale, molti a molti, misto pubblico/privato) le relazioni e i contenuti che normalmente transitano nella casella di posta elettronica, con una rete sociale che non è necessariamente la stessa dei social media a cui sembra assomigliare più da vicino, ma spesso più personale e famigliare. si tratta di strumenti che hanno lo scopo non solo produrre ma soprattutto di aggregare i contenuti in modi diversi: più utili e funzionali alla gestione dell’informazione.

sostenere che Wave o Buzz non uccideranno twitter o friendfeed non è tanto sostenere l’ovvio, quanto sommare mele e pere, ragionare usando come paradigna soltanto il proprio uso di questo o quel media, un uso che è necessariamente personale e non universale.

molto più utile sarebbe cercare di capire quale dei tanti usi di quel media fa per noi, e come possiamo sfruttarlo per migliorare la nostra vita, ma per uno che ha un martello tutti i social media son chiodi.

foto di meddygarnet da flickr

*secondo un’idea di cosa sia la privacy che ormai è completamente distorta a causa del terrorismo dei media da una parte, e dall’altra da paure irrazionali dovute al fatto, ancora una volta, di non conoscere il media. al riguardo, cfr Jeff Jarvis.

*UPDATE per scrupolo: questo post non si vuole riferire nello specifico a Google Buzz né alle critiche sulla privacy che gli sono state rivolte: nonostante a me non abbia infastidito il sistema usato per creare il network del buzzer, il fatto che le critiche di molti fossero giustificate è confermato dalla marcia indietro di Google, che ultimamente sta agendo in modo poco meditato (e questo potrebbe costare a G il destino di Buzz, come l’errore nel marketizzare Wave è costato molto in termini di immagine del prodotto). E’ chiaro che Google sta facendo sensibili errori di PR.

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